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“ A 150 ANNI DALL’UNITA’ D’ITALIA, DISCUTIAMO DI RIFORME ISTITUZIONALI E COSTITUZIONALI “

Poppi (Ar) Sabato 11 Settembre 2010 ore 16,00  – Salone delle Feste Castello dei Conti Guidi g.c.
 
CRAXI, IL DEBITO PUBBLICO E I PIFFERAI MAGICI PDF Stampa E-mail
venerdì 08 gennaio 2010

di Pieraldo Ciucchi, segretario regionale PSI

Tra le cantilene che i tanti pifferai magici della mai nata Seconda repubblica amano intonare (alcuni per ignoranza, altri, cosa ancor più grave, per ragioni di opportunismo politico), c’è quella che vorrebbe imputare ai governi degli anni ’80 ed in particolare a quelli guidati da Bettino Craxi l’esplosione del debito pubblico in Italia. Il leader del PSI, insomma, avrebbe avuto fra i tanti demeriti quello di avere gonfiato a dismisura il rapporto tra il debito e il PIL, creando una voragine nei conti italiani. Chiedere a costoro di rimettere in discussione tale ‘dogma’ significherebbe screditarne le fortune politiche e mediatiche che attraverso una simile campagna propagandistica si sono faticosamente costruiti; eppure, lo hanno fatto a spese di una realtà che dice tutt’altra cosa. Per fortuna nel nostro Paese c’è ancora chi non si affida alle verità precotte ma cerca di capire, si fa domande e va a cercarsi le risposte. Perché le risposte ci sono e stanno nei numeri di tanti, autorevoli ed inconfutabili studi sull’andamento del debito pubblico che, con un minimo sforzo, possono anche essere scovati su internet. Ormai due anni fa (il 15 gennaio del 2008) Sergio Romano pubblicò sul Corriere della Sera un interessante articolo in risposta ad un intervento di un lettore, evidenziando come le responsabilità della crescita del debito pubblico non siano da attribuire ad un particolare governo (e non ha caso Romano cita il governo Craxi, liberandolo da una simile ‘colpa’) ma ad un sistema politico che “esige patteggiamenti e compromessi, in cui ogni decisione comporta spossanti negoziati e viene raggiunta soltanto dopo una distribuzione di compensi a tutti coloro di cui è necessario ottenere il consenso”.

Sono i “costi della democrazia consociativa” che però, spiega ancora Romano, non si sono esauriti con la fine della Prima repubblica ma sono continuati nella Seconda e hanno prodotto gli stessi danni dei precedenti governi. Danni anche maggiori, a guardare i numeri. Se partiamo proprio da Craxi, vediamo che il rapporto debito pubblico/PIL stava, nel 1984 (primo anno ‘pieno’ del governo a guida socialista) al 76,3%, arrivando al termine dell’era Craxi (il 1986, visto che il leader socialista lasciò Palazzo Chigi nei primi mesi dell’‘87) all’86,5%. Da lì in poi il debito ha continuato a salire, giungendo con gli ultimi governi della Prima repubblica, nel 1992 con Andreotti e Amato, al 107,7%. Poi è arrivata la Seconda repubblica, quella di una nuova politica e di una nuova moralità; così nuove che il debito pubblico ha proseguito a crescere, anzi ad impennarsi, fino al 1994, quando è arrivato a toccare quota 121,5! Dopo questo record, una timida discesa verso il basso: 121,2% (Dini, 1995), 118% (Prodi, 1997), 113% (D’Alema, 1999), 105% (Berlusconi, 2002). Poi di nuovo su nel biennio 2005-2006, fino al 106,8% del 2006, e infine una lieve flessione che ci porta ai giorni nostri: 105% nel 2008 e 103,5% nel 2009, con una previsione per il 2010 stimata per la cifra quasi tonda del 100,7%.
Tornando a Craxi, in prossimità del decimo anniversario della sua morte ed in concomitanza con un dibattito sulla possibilità di intitolargli una via di Milano, i suddetti pifferai travestiti da giornalisti propongono beffardamente di intitolargli “Via del debito pubblico”. Nessuno può negare che durante il governo Craxi il debito crebbe, ma chi ha un barlume di onestà intellettuale deve riconoscere che a quei dieci punti di incremento si accompagnò per l’Italia uno sviluppo economico e sociale mai sperimentato dal boom del dopoguerra, frutto anche di scelte coraggiose come il taglio della scala mobile.

In attesa che la Storia restituisca un giudizio sulla figura di Craxi non avvelenato dalle scorie dell’ideologia, vorremmo cominciare a cancellare, grazie ai numeri, almeno le note stonate dei pifferai magici che ammorbano il dibattito politico.

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